educazione al silenzio

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mercoledì, settembre 05, 2007

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domenica, aprile 11, 2004

EDUCAZIONE AL  SILENZIO

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EDUCARE ATTRAVERSO LE IMMAGINI DELLA MENTE
di
Elena Montresor
 
Recensione del SEMINARIO: "EDUCAZIONE AL SILENZIO", tenuto da Nadia Scardeoni per gli insegnanti della Scuola Elementare e Media / M.C.E. VERONA

Il processo educativo odierno si vede costretto al confronto con mass media ed altri surrogati educativi che trasportano il bambino nel mondo delle immagini standardizzate, costretto ad indossare l’abito del conformista, senza avere la possibilità di mettere in luce quel brullicare di vitalità che pulsa nel sottobosco della sua coscienza: il sè, le sue emozioni.
L’ambiente nel quale viviamo è in continua evoluzione e mutamento. Lo si può paragonare alla creta, quindi plasmabile, manipolabile; un divenire che sta progressivamente accelerando la sua espansione.
Se prima trascorrevano anni affinchè venisse prodotta una variazione nel sociale, oggi bastano mesi. La nostra mente è, perciò sollecitata ad un continuo divenire per stare al passo con i tempi; e se da un lato questa evoluzione porta ad uno sviluppo intellettuale basato sulla velocità dei tempi di reazione e ad un corposo bagaglio culturale, dall’altro produce un frastuono emozionale, un guazzabuglio di sensazioni e sentimenti che ci lanciano nel vortice della frenesia, dello stress, della noia.
Nasce, quindi la necessità di soffermarsi un istante a riflettere, a “guardarsi dentro” ponendo sotto i riflettori dell’interesse, quel midollo della vita che rende unici, inimitabili, autentici: le nostre emozioni.
A lungo tempo non considerate, perchè etichettate come nocive, le emozioni ed il loro studio psicologico sono state per molti anni poste ai margini dei diversi settori d’interesse pensando che, richiudendole nel cassetto dell’oblio, non sarebbero più state fonte di ansietà.
Come è possibile eliminarle chiudendo gli occhi e fingendo la loro inesistenza?
Le emozioni fanno parte di noi, potremmo dire che sono il “sale della terra”, ciò che ci fa sentire vivi, pulsanti. Le ritroviamo in ogni nostro comportamento, decisione, azione... pochè sono esse stesse azione.
Gli oppiacei tecnologici che ci circondano stanno stereotipando anche le emozioni e i bambini sono quelli più recettivi perchè ancora incapaci di gestire e capire tutte le informazioni. Guingono alla scuola dell’obbligo con un background espressivo già posto sui binari dettati dai mass media.
Si fa sempre più necessaria un’educazione in grado di sciogliere le incrostazioni indotte dalle stereotipie di massa, per far emergere sentimenti, sensazioni, emozioni in grado di ridare all’individuo la sua libertà.
Negli ultimi anni si sta evidenziando una maggior comprensione della vita emotiva dei bambini, anche in ambito educativo. Il diffondersi di nuove conoscenze sul funzionamento mentale e sui meccanismi implicati nelle emozioni sta permettendo, a psicologi e pedagogisti, di considerare come obiettivi educativi non solo gli aspetti cognitivi, logici, contenutistici, ma anche quelli emozionali.
Un’educazione basata sull’induzione di immagini emozionali può essere in grado di liberare la fantasia dei ragazzi, riconducendola alla creatività.
Le immagini della mente sono imbibite di emozioni, percezioni, ricordi in grado di sollecitare e creare fantasie che, a loro volta, possono essere espresse liberamnte nei diversi linguaggi: grafico, pittorico...
E’ possibile insegnare ai ragazzi a “spazzare il camino della loro coscienza” riattivando così la propria creatività.
Diventa utile puntare sull’ascolto proponendo momenti di silenzio,
durante i quali si aiuta a sviluppare l’attenzione uditiva ad ascoltare ed ascoltarsi, interrompendo così la spirale del dover fare, del dover agire, assaporando anche la calma, la quiete, per farla diventare quiete interiore.
Si possono poi suggerire momenti di rilassamento fisico (che diviene rilassamento mentale). Il ragazzo impara ad ascoltare il proprio corpo dall’interno, le sensazioni che gli provengono dai muscoli mentre si rilassano, dal respiro che diventa profondo. Dev’essere data la possibilità di assumere la posizione che più ritiene consona al fine di rilassarsi, suggerendo di non incrociare braccia e gambe.
Infine un’altra attività utile allo scopo può consistere nel far camminare in silenzio nell’aula per prendere coscienza di ogni movimento, percezione e pressione esercitata dal corpo.
Durante il rilassamento si possono ascoltare brani musicali dolci e melodici (ad es. “l’inno alla gioia di Beethoven”) e spargere nell’aria fragranze profumate al fine di facilitare l’insorgenza di immagini e fantasie. (La profumazione non dev’essere intensa e troppo particolare poichè potrebbe indurre stati allergici. E’ sempre utile accertarsi che tra gli alunni non vi sia chi soffre di allergie o asma).
Nello stato di rilassamento di gruppo le emozioni sollecitate si espandono e se l’insegnante partecipa al rilassamento sarà in grado di recepirle e orientarsi sulla storia più adatta da raccontare.
Le storie proposte dalla pedagogista americana Stephanie Herzog sono le più adatte ad essere raccontate, poichè hanno in sè i germi di quelli che, rifacendosi a Jung potremmo chiamare, gli “archetipi della coscienza” nei quali sembrerebbe risiedere il “trigger”, ovvero il grilletto che fa scattare la libera fantasia cretiva.
Nello studio su persone sopravvissute ad uno stato di coma profondo ho riscontrato che, in seguito alle immagini esperite durante lo stato comatoso, gli individui mutavano conseguentemente la loro visione ed i loro atteggiamenti nei confronti della vita; cambiamenti, per molti aspetti totalizzanti. E’ interessante notare come le immagini più comunemente presenti durante questi tipi di fenomeni siano simili ai “germi” utilizzati dalla Herzog nelle sue storie e, in ambito clinico, ad alcuni tipi di metodiche psicoterapiche nella cura delle patologie nevrotiche.
L’aspetto più sorprendente è, però, il risultato comportamentale ed emozionale verificatesi successivamente alle immagini; ossia la liberazione emozionale, la rimessa in moto di ciò che in una parola potremmo definire come creatività.
In ciascuno di questi ambiti, appunto, l’anello di congiunzione risiede in quegli archetipi coscienti e nelle successive modificazioni di catarsi (secondo il significato che il termine assumeva nel greco antico),
le quali permetterebbero la riattivazione dell’energia creativa.
L’nsegnamento di queste tecniche al bambino (o al ragazzo) lo pone nella posizione di prevenire possibili danni che, con l’andare del tempo, l’ambiente sociale potrebbe sollecitare garantendogli inoltre, la possibilità di essere se stesso e di camminare nella vita con decisione e sicurezza.
 
 
COSI' TI INSEGNO LA CREATIVITA'
di
Simonetta Taccuso

"Voglio che i bambini disegnino le proprie emozioni"
Le sorprendenti lezioni di educazione all'immagine di Nadia Scardeoni Palumbo
"Fin dalle elementari è la televisione che modella la fantasia dei ragazzi tutto questo va ripulito per far riemergere il loro desiderio di libertà…"
"Immaginate di essere colmi di gioia: La gioia è dentro di voi in tutto il corpo, inonda il capo, il collo, le spalle, le braccia, scende nel petto, nella schiena, nelle gambe e nei piedi. Ogni parte del vostro corpo è permeata di gioia che si diffonde intorno a voi e voi la partecipate a tutti nella vostra aula e fuori di essa, nel mondo intero. L'universo è colmo di gioia"
Qualcuno ha indovinato? No, non si tratta di training autogeno. Questa e' una lezione di educazione all'immagine secondo Nadia Scardeoni. E' una lezione che dà risultati sorprendenti. Lo scopo di questa tecnica, o meglio, come la chiama Nadia, di queste "esperienze" è far rinascere nei bambini la creatività. E' falso - spiega - credere che i bambini siano tabula rasa. In realtà , fin dalle elementari, arrivano con un magazzino iconico assunto in modo istintivo, assimilato dalla tv e dai giochi. Per rimettere in moto la loro creatività bisogna fare pulizia". Da qui nasce la tecnica, trovata per caso in un libretto di una pedagogista americana, Stephanie Herzog, delle "esperienze".
"Per prima cosa - dice ancora la Palumbo - la classe va coinvolta: si deve spiegare che cosa si vuole fare. Il secondo passo è l'educazione al silenzio. Al bambino si insegna a rilassarsi, a guardarsi dentro, a riscoprire, cioè, la propria interiorità.
A questo punto c'e' la lettura dell' "Immagina che".
Testi che scatenano le energie interiori, il desiderio di libertà E, infine, al bambino si chiede di disegnare, o anche scrivere, quello che ha provato".
Naturalmente alle parole si possono sostituire suoni o musiche. "E' successo di tutto - ricorda - ragazzi che scrivono poesie, bambini che fanno composizioni splendide".
Ex insegnante delle medie, Nadia Palumbo, che ora organizza corsi di aggiornamento per l'Mce, ha affermato di essere stata spinta a questa ricerca dal desiderio di mettere quelle basi che lei avrebbe sempre voluto trovare.
"Non è solo una questione di creatività - afferma - ma anche di differenze". Il bambino "saturo", che ripete immagini standardizzate non sviluppa il senso artistico, il valore intrinseco dell'arte. E anche le tecniche, che si possono insegnare, hanno poco senso se il bambino non sa "cosa dire" con gli strumenti acquisiti".
"Uno dei miei maggiori problemi - continua - è convincere le insegnanti a non valutare con il metro del voto, del più bello o più brutto, il risultato E le "esperienze" hanno valore anche perché‚ fanno sentire il bambino libero dal piacere o meno alla maestra. Lo fanno sentire valutato per quello che tira fuori da dentro. Il risultato è, oltre tutto, anche un rafforzamento della sua sicurezza, la creazione di un ambiente favorevole e positivo che si proietta sull'intera esperienza scolastica".
L'unica cosa su cui può intervenire l'insegnante è la liberazione dalle immagini ripetitive che bloccano la creatività….
"Capisco che così sarebbe difficile insegnare la grammatica - conclude Nadia Scardeoni - anche se non sono certa che non si potrebbe trovare un modo. Ma visto che nell'arte ognuno può usare la propria "grammatica" è un'occasione da non lasciarsi sfuggire".
Quest'anno è appena terminato il secondo corso di aggiornamento. E le valutazioni delle insegnanti, che per capire hanno provato su loro stesse l'effetto delle "esperienze", sono state entusiastiche: "Per molte è una vera rivoluzione. Una rivelazione, quasi, una scoperta. Per me è un cammino da proseguire, ed estendere, chissà…. ad altri settori".
Da: " la Cronaca", dicembre 1993
 
 
Creatività e Rete a cura di Nadia Scardeoni

Gli studi e il lavoro sulla creatività', iniziati sui banchi di scuola, come insegnante di Educazione Artistica mi indussero a sperimentare tecniche didattiche completamente nuove. La più significativa e per certi versi rivoluzionaria fu la sperimentazione dell' Educazione al silenzio che si impose dentro la didattica della materia nel momento in cui, a fronte di studi ed osservazioni costanti sul campo, dedussi con chiarezza, che la causa primaria delle difficoltà espressive degli alunni era da individuarsi in una sorta di saturazione da "invasione dell'immaginario". Ripercorrendo le tappe della mia storia personale individuai nell'educazione al silenzio una forma possibile di ricostruzione del centro vitale psicoaffettivo che si costituisce come fonte dell'energia creativa. La mia sperimentazione ha dato risultati straordinari ed è stata presentata nei corsi di formazione docenti, organizzati dall' M.C.E. di Verona. Queste sono in sintesi le premesse dell'intervento proposto in sede politica nell'agosto del 95, a Filaga, in Sicilia, nel corso del convegno della LIBERA UNIVERSITA' DELLA POLITICA sull'economia : " La creatività quale risorsa fondamentale nell'economia dell'esistenza " Il tema della mercificazione dell'immaginario è stato da me proposto, anche in seguito, in varie sedi (dibattiti, interviste) come una delle principali forme di repressione e annichilimento della "consapevolezza del sé " e quindi causa di spaesamento relazionale e di caduta della motivazione. Dentro questo tipo di ricerca sono anche da ospitarsi i "dialoghi" ( * ) con vari esponenti della politica e della cultura che sono pubblicati nella Rubrica Interlinea di Educazione&Scuola. Ritengo che il tema sia di vitale importanza e che si debba imporre ad un'attenzione costante affinche' non siano disperse, nell'ebbrezza da protesi tecnologica che ci avvolge, un concetto inalienabile: l'essere umano, e' inizio e principio del proprio libero arbitrio. nadia scardeoni

Maieutica ......che passione

Sono felice di essere qui oggi con la piena consapevolezza di essere partita , metaforicamente e geograficamente, da un luogo molto lontano, e di essere giunta , con la pazienza di chi pratica, serenamente, la resistenza intellettuale, nel posto giusto.....
Sono qui per presentare il progetto: "Il laboratorio maieutico di Danilo Dolci" finanziato dalla sezione filantropica della HP a favore della Scuola Media di Partinico. (
http://www.edscuola.it/archivio/interlinea/dolci1.html )
E sono lieta di toccare oggi, tangibilmente, Partinico , di sfiorare la sua realtà, la sua storia, la sua eredità morale, quale "meta ideale e necessaria" dei miei percorsi di pensiero e progettualità educativa.

La propensione verso la "cura" , da me espressa altrimenti, e più compiutamente, in campo artistico attraverso il restauro, è oggi qui riaffermata dalla scelta di questo progetto che vuole semplicemente collocare "la cura ciò di cui si conosce l'esistenza e il valore", nel luogo più giusto, quello deputato alla educazione della persona: la scuola.

Perchè l'esistenza e il valore dell'opera di Danilo Dolci, patrimonio inalienabile di tutti coloro che avvertono, nel loro operare scolastico , la necessità e la diversità di essere educatori piuttosto che trasmettitori di saperi, entri in un rapporto vitale con il mondo cui è destinata .
Sono qui anche in virtù della mia storia personale di docente .

Formata alla pedagogia della Gestalt, sono stata sensibilizzata alla tutela del metodo educativo fin dalle origini del mio approssimarmi alle scienze dell'educazione.
Ritessendo i fili della mia esperienza didattica e di scrittura , raccolta in Interlinea , la Rubrica che curo in Educazione e scuola, non è difficile rintracciare un'attenzione costante verso i principi fondamentali della maieutica.

In tutta la mia esperienza scolastica ho applicato con profonda convinzione la priorità di scelte metodologiche che facilitano nei discenti genuini atti del pensiero, che non privilegiano l'eccezionalità del risultato ma che salvano e tutelano la qualità dei processi di apprendimento .
Gli studi e il lavoro sulla creatività, iniziati sui banchi di scuola, come insegnante di Educazione Artistica, mi hanno portata a sperimentare tecniche didattiche innovative . Voglio qui citare con la sua denominazione originaria : l "educazione al silenzio" presentata , a suo tempo, in alcuni seminari sia a Verona che a Palermo.

L' educazione al silenzio, accolta con grande entusiasmo dai docenti dell' M.C.E., nata dalla rivisitazione della mia esperienza artistica e dalla necessità di far fronte alle difficoltà espressive di molti miei alunni, è una sperimentazione interdisciplinare, fondata sulla intersezione ( ascolto e fruizione ) dei linguaggi artistici .Valendosi di percorsi e sollecitazioni adeguate , toccando le emozioni, costruendo itinerari di autoconsapevolezza e conoscenza di sè , tende alla ricostruzione del centro psicoaffettivo che si configura come fonte vitale dell'energia creativa , libera potenzialità straordinarie ed è......... un vero laboratorio di maieutica .
Negli anni ottanta ho preparato due contributi per un progetto editoriale ( un testo di educazione artistica ) .
I due capitoli redatti : "L'esperienza dello spazio" e "Il restauro" incontrarono molta considerazione, oltre che per la novità dei contenuti, per la linearità e l'efficacia del metodo espresso ed era...... Il metodo maieutico.
Ma .... il "metodo dei metodi" come lo definisce Gianni Rodari nel recensire il libro di Danilo Dolci: "Chissà se i pesci piangono" in un articolo del 1970, non lascia spazio alle improvvisazioni o ai presenzialismi.
Ce lo insegna il suo Fondatore ..........porsi in dialogo maieutico chiede coerenza assoluta nel nostro vissuto.
Chiede autentica attenzione verso "l'altro", chiede capacità di dono, di "spreco di sè" .....


Possso testimoniare che ...sperimentare il laboratorio maieutico , è una delle esperienze più affascinanti della ricerca educativa, ma anche la più complessa per la cura costante e la salvaguardia della dimensione affettiva-relazionale e dei riferimenti di valore che solo vasti orizzonti possono ospitare

.E , Partinico , attraversata dalla straordinaria avventura umana, sociale, culturale di Danilo Dolci, è e resta, un orizzonte ancora lontano per molti di noi.
Un orizzonte lontano .. che però ......" ci fa sognare" .
E poichè "un uomo cresce solo se è sognato " noi sogniamo di metterci in cammino , con immensa gratitudine, sul sentiero , che il " piantatore d'uomini" Danilo Dolci, ha tracciato per tutti le donne e gli uomini di buona volontà. Partinico 20 maggio 2002

Intervento per la Presentazione del progetto approvato dalla sezione filantropica della Hewlett-Packard: "Il laboratorio maieutico di Danilo Dolci" a cura di Nadia Scardeoni Palumbo di Interlinea (edscuola.com : http://www.edscuola.it/archivio/interlinea/dolci1.html ). LMD Laboratorio Maieutico Dolciano

EDUCAZIONE AL SILENZIO / parentele

Il Papa chiede poi che sia coltivata «con maggiore impegno all’interno delle nostre comunità l’esperienza del silenzio». «Di esso abbiamo bisogno per accogliere nei cuori la piena risonanza della voce dello Spinto Santo, e per unire più strettamente la preghiera personale con la Parola di Dio e con la voce pubblica della Chiesa, In una società che vive in maniera sempre più frenetica, spesso stordita dai rumori e dispersa nell’effimero, riscoprire il valore del silenzio è vitale. Non a caso, anche al di là del culto cristiano, si diffondono pratiche di meditazione che danno importanza al raccoglimento. Perché non avviare, con audacia pedagogica, una specifica educazione al silenzio dentro le coordinate proprie dell’esperienza cristiana?».
Martini ...... ogni parola parte dal silenzio. Se una parola non vuole essere vana e battere solo l'aria, deve partire da delle convinzioni profonde, deve partire da un qualche momento contemplativo. Questo vale per ogni parola umana seria e tanto più un comunicatore cristiano deve aver assimilato le parole della Scrittura, deve aver ascoltato la voce dello Spirito e così potrà dire qualcosa di significativo.

Dag Hammarskjold Ciascuno di noi si porta dentro un nocciolo di quiete, circondato di silenzio.
Questo palazzo, dedicato al lavoro e alla discussione al servizio della pace, deve avere una sala dedicata al silenzio, in senso esteriore, e alla quiete in senso interiore.
L'obiettivo è stato creare in questa saletta un luogo le cui porte possano essere aperte ai terreni infiniti del pensiero e della preghiera .
Qui si incontreranno persone di fedi diverse, e per questo motivo non si potrà usare nessuno dei simboli cui siamo abituati nella nostra meditazione.
Esistono però cose semplici, che parlano a tutti noi nella stessa lingua. Abbiamo cercato questo tipo di cose, e crediamo di averle trovate nel raggio di luce che colpisce la superficie scintillante della roccia massiccia.
Al centro della sala, dunque, si vede un simbolo di come, a tempo debito. La luce del cielo dà la vita alla terra su cui tutti ci troviamo: un simbolo, per molti di noi, di come la luce dello spirito dà vita alla materia.
Ma la roccia al centro della sala ci dice anche altro. Possiamo vederla come un altare, vuoto non perché non vi sia un Dio, non perchè si tratti di un altare ad un dio sconosciuto, ma perché è dedicata al Dio che l'uomo adora dandogli molti diversi nomi e molte diverse forme.
La roccia al centro della sala ci ricorda anche di ciò che è stabile e permanente, in un mondo di movimento e mutamento. Il blocco di minerale ferroso ha il peso e la solidità di ciò che dura per sempre. Ricorda quella pietra angolare di resistenza e di fede su cui deve basarsi ogni impegno umano.
Il materiale di cui è fatta la roccia porta i nostri pensieri a considerare la necessità di una scelta fra distruzione e costruzione, tra guerra e pace. Con il ferro l'uomo ha forgiato le sue spade, ma ha anche creato gli aratri. Con il ferro ha costruito i carri armati, ma anche le case delI'uomo. Il blocco di minerale ferroso è parte della ricchezza che abbiamo ereditato su questa nostra terra. In che modo dobbiamo farne uso?
Il raggio di luce colpisce la roccia in una sala di una semplicità totale. Non vi sono altri simboli, nulla che distragga la nostra attenzione o irrompa nella nostra quiete interiore. Quando lo sguardo si muove da questi simboli verso la parete di fronte, incontra un disegno semplice, che apre la sala all'armonia, alla libertà, all'equilibrio dello spazio.
Secondo un antico detto, il senso di un vaso non è il suo guscio, ma il vuoto. In questa sala è proprio così. La sala è dedicata a coloro che si recano qui per riempire il vuoto, con ciò che riescono a trovare nel loro centro interiore di quiete......

La meditazione cristiana può anche essere distìnta da altre tradizioni meditative in rapporto all'oggetto sul quale la mente e il cuore si raccolgono in attitudine di religioso ascolto.
E chiaro che oggetto privilegiato di meditazione sono, nella tradizione cristiana, le verità di fede, l'agire di Dio nella storia, l'umanità di Gesù, le Scritture.
Come del resto, nella tradizione induista sarà, ad esempio, la Bhagavad Gita o, nella tradizione buddhista, i discorsi del Buddha.
In questo senso diventa più facile parlare di meditazione cristiana, induista, buddhista, islamica, ecc.
Tuttavia, in rapporto all'atto meditativo, quest'aspetto appare piuttosto secondario Ha una certa importanza se si tiene presente il coinvolgimento affettivo nell'atto, meditativo, ossia l'elemento devozione.
E noto, ad esempio, che la pratica della preghiera del nome o del mantra, è coltivata soprattutto all'interno di quelle tradizioni spirituali che si riferiscono a Dio e al mondo della trascendenza in termini personalistici.
È meno presente dove si privilegia invece una visione non teistica della trascendenza.
La distinzione è nota già a Patanjali, il quale comunque introduce questa distinzione non a partire dai concetti di tradizione o di cultura, ma dal concetto psicologico e, quindi, con riferimento a quelle che sono le predisposizioni individuali.

Tutto questo, e molto altro, fa parte di un itinerario meditativo.
Oggi, comunque, si privilegia soprattutto l'educazione al silenzio, alla presenza nel presente o presenza mentale, alla consapevolezza, al silenzio che ascolta.
E penso che non si tratti di una semplice moda.
E' piuttosto un'esigenza.
Siamo frastornati da un cumulo d'impegni, da tante cose da sbrigare, dai continui ragionamenti che avvengono nelle nostre menti. . . .
Dì conseguenza, quando ci dedichiamo a un lavoro spirituale che porta in profondità, a cogliere il senso nascosto delle cose e della vita, avvertiamo soprattutto l'esigenza di spegnere il motore, di fermarci e di offrire un tranquillo e silenzioso ascolto a quanto, di momento in momento, costituisce la nostra quotidiana esperienza di vita.
E' difficile trovare un autore spirituale che non sottolinei, oggi, questo fondamentale e importante aspetto della nostra vita.

Iiniziazione al silenzio e formazione all’interiorità e alla relazione .... Già richiamato nelle prime riflessioni a carattere generale, il tema dell’educazione al silenzio appare particolarmente importante. Il silenzio conduce alla pienezza e all’integrità, ad essere pienamente se stessi, per poter essere presenti a tutto ciò che si è e si compie qui ed ora. Il silenzio è interiore ed esteriore. Occorre superare qualsiasi lettura divisiva tra interiorità ed esteriorità. La persona è unica ed unitaria, come capacità di relazione: si esiste in quanto si è in relazione con l’altro e verso l’altro, di modo che il vero silenzio conduce ad un incontro più vero e totale con l’altro, con il mondo e con l’ambiente.

L' EDUCAZIONE AL SILENZIO - Luther Standing Bear, Orso In Piedi
Tratto da: "Il Grande Spirito parla al nostro cuore" Ed. Red
Si insegnava ai bambini a restare seduti immobili e a prenderci gusto. Si insegnava loro a sviluppare l'olfatto, a guardare là dove, apparentemente, non c'era nulla da vedere, e ad ascoltare con attenzione là dove tutto sembrava calmo.
Un bambino che non può stare seduto senza muoversi è un bambino sviluppato a metà.
Noi respingevamo un comportamento esagerato ed esibizionista poiché lo giudicavamo falso. Un uomo che parlava senza pause era considerato maleducato e distratto.
Un discorso non veniva mai iniziato precipitosamente né portato avanti frettolosamente.
Nessuno poneva una domanda in modo avventato anche se fosse stata molto importante.
Nessuno era obbligato a dare una risposta. Il modo cortese di iniziare un discorso era di dedicare un momento di silenzio a una riflessione comune.
Anche durante i discorsi facevamo attenzione a ogni pausa, nella quale l'interlocutore rifletteva.
Per i Dakota, il silenzio era eloquente. Nella disgrazia come nel dolore, nei torbidi momenti della malattia e della morte, il silenzio era prova di stima e di rispetto. Era così quando ci capitava qualcosa di grande e degno di ammirazione.

ARMONIA DELL'UOMO NELL'ARMONIA DELL'UNIVERSO: IL RUOLO DEL SILENZIO

Com'è possibile vedere e considerare il singolo deficit una felix culpa organica nell'armonia dell'uomo, o, generalizzando, il male come una misteriosa alba salvifica nell'armonia dell'Umanità?
Come fanno i vuoti abissali e i fenomeni catastrofici ad assumersi la responsabilità organica essenziale di rendere possibile l'armonia dell'Universo? Dobbiamo considerarle distrazioni del Creatore o piuttosto un richiamo della sapienza alla coscienza di essere per l'altro, per l'ulteriorità, un continuo anelito alla pienezza?
Più misterioso della nota vibrante e del suono è dunque il silenzio che anima la pausa, e l'assente che vive nel presente, è il limite che s'annida nell'essere.
Come la vitalità dei suono penetra nel silenzio creativogenico della pausa e ne riceve forza e colore, così il fiat creativo dei dialogo originario anima il nulla e lo stravolge in non-nulla, esistenza di vibrazioni -in cui il Logo eterno informa scandendo suoni intrisi di significato, sicché anche la pausa è suono e pure il silenzio è musica. Anzi: senza il silenzio delle pause, niente scansione, niente ordine, niente ri-creazione dei motivi; senza pausa ogni spartito sarebbe monotonia ed uniformità.
La pausa corale è certo un silenzio grave ed incombente, simile all'angoscia mortale se fosse smemoratezza dell'ulteriorità. Quel silenzio entro l'opera non funge da semplice sfondo, come vorrebbe la teoria della Gestalt: esso dà vitalità agli stagli percettivi delle figure e delle tematiche turgide di significati ricomposti in gerarchie valoriali, e quindi secondo accenti diversi.
L'esistenza d'ogni singolo suono è deficienza ontologica della totalità dei fraseggio, ma proprio per questo è rinvio al significato del tutto. Esattamente come ogni mia parola presa da sola è deficitaria: bisogna rinviarla al tutto.
Niente esistenza singolare senza ritmo, niente melodia senza intervalli, niente capolavoro senza pause, come non v'è unità senza molteplicità, non v'è dialogo senza logoi e senza la pausa, il silenzio, la ripresa nel "dià-" del dialogo.
Silenzio e pausa dunque sono impercezioni funzionati alla ricapitolazione mnestica di ciò che nello scorrere del tempo non è più, e insieme anticipazione progettuale del non ancora: attimo fuggente in cui il silenzio si espande e la musa creativa prende corpo.
La resistenza alla pienezza, l'handicap, è vinta sol che si veda la pausa come attesa attiva d'una nuova vitalità possibile e fattiva.
L'armonia dell'Universo, quella dell'Umanità e quella d'ogni singolo uomo vivono e si esprimono dentro il silenzio della pausa, dentro la deficienza ontologica che le costituisce.

IL RECUPERO DELLA PERSONALITÀ TRA MUSICOTERAPIA ED EDUCAZIONE ALL'ASCOLTO

Deficit come pausa e pausa come riposo del ritmo entro la melodia: queste sono metafore della "magnifica diversità dei simili" come poeticamente s'esprime Paul Claudel.
La relativa soggettività dell'intervallo nel ritmo e l'intervento personale nel dare significato alla pausa nel fraseggio dell'opera, sono metafore della relativa soggettività di ciò che è deficit ed handicap nelle culture e nelle civiltà umane.
Pensiamo ai ciechi, nell'antichità, erano considerati i rappresentanti della divinità sulla terra.
Quanti tesori di umanità sono stati vilipesi e calpestati dalla mediocrità irresponsabile di coscienze tronfie ed accecate dalla funzione d'esser addetti ai lavori e perciò cristallizzati da canoni burocratizzati?
Il genio che s'identifica al valore, un Ligabue ad es., pittore sì naif, ossia ingenuo, ma tanto intriso di luce e di forma, da essere tutt'uno con esse, non fu certo ben accetto alla schiera dei ciechi dei suo tempo!
Un deficit, handicap conseguenti, pause nella sinfonia della persona, fanno spesso nel senso comune da alibi giustificativo per il rifiuto globale della persona stessa: come se un cieco non possa goder sinfonie, comporne o interpretarle con la danza, o un sordo parlare e poetare, o un down creare accostamenti cromatici arditi o uno spastico non possa divenire ministro della Repubblica. Eppure sino a qualche lustro fa tale era la nostra cultura.
Perché, l'ha sperimentato Sacks (l'autore di "Vedere voci" chi non riesce a camminare può invece ballare? e come mai il balbuziente può invece cantare?
Perché nella sinfonia della operatività umana, l'handicap è una pausa strumentale, momentanea, e il deficit è funzionale alla nostra presa di coscienza d'essere costituiti di deficienza ontologica: tutti.
La tentazione dell'onnipotenza è salvaguardata nella nostra civiltà ricca purtroppo di disastri e di dolore: le nostre pause; dalla coscienza dei nostri deficit, dalla resistenza che il nostro "non" oppone al richiamo della perfezione autarchica; siamo obbligati all'ulteriorità, all'alterità.
La vitalità di ognuno è nel dialogo col suo altro; e l'altro è, affascinante dialogo creativo, il mistico silenzio di Dio in cui l'io si ricrea.
Come, senza la pausa, l'empito emotivo rischierebbe il processo a valanga, fino a morirne, motivo di meccanismi di difesa della distrazione e della noia, così, senza i deficit, l'orgoglio dell'umanità diverrebbe la tentazione suprema: essere Dei! E ci consacreremmo al tenebroso silenzio della morte.
Se la personalità è tensione al dover essere della persona, l'educazione all'ascolto e la musicoterapia sono in grado di aprire ogni coscienza, persino quella comatosa, al senso dell'ulteriorità, al dialogo con l'altro, all'interiorizzazione del valori universali tutti presenti entro la risonanza dell'anima alle sapienti vibrazioni dei corpi dei musicoterapeuti.
Se è un mistero già solo la comprensione d'un suono, è ancor più oscuro capire come la musica muova le fibre più profonde dei nostro io. Tuttavia è certo che non v'è sensibilità all'essere, alla vita, senza educazione all'ascolto.
La musicoterapia è uno dei mediatori educativi fra i meno conosciuti, ma fra i più potenti, soprattutto quando i deficit fossero molto gravi e le esperienze che ormai abbiamo sono tanto per confermarcelo scientificamente.

IL SILENZIO ........ Così l'orecchio umano è sottoposto continuamente allle sollecitazioni esterne. Mi sembra ci sia l'abitudine al rumore, alla situazione rumorosa al punto da temere il silenzio. Sempre più spesso è facile partecipare a feste di compleanno di bimbi e bimbe accompagnate da musiche assordanti. E così è, a volte, anche nelle feste che si fanno a scuola. L'emblema di tutto ciò è dato da coloro che si spostano alle periferie delle città e a piedi o in bicicletta si portano nella natura per una bella passeggiata con le cuffie del registratore portatile ben inserite nelle orecchie. Perdiamo occasioni uniche: il soffio del vento, il canto degli uccelli, il gorgogliare dell'acqua. Il diritto al silenzio, l'educazione all'ascolto silenzioso.

METODO EDUCARE OVVERO CONDURRE AL SE'
Poiché interno ed esterno sono un'unica realtà vivente la "mancanza subita sarà mancanza ritrovata"
Il più delle volte si cerca un aiuto psicologico per un bisogno impellente di placare un dolore, la frustrazione, l'insensatezza, tutto ciò che ci obbliga a reggere e contenere una forte tensione, che chiameremo genericamente malessere......

Sappiamo che solo l'accoglienza del limite in analisi potrà svelare nuovi orizzonti e tesori prima impensabili, solo l'accettazione della dialettica e della inevitabile conflittualità può permettere di accedere al livello di soggettività in cui posso aprirmi al nuovo.
Lavorando da anni con bambini ed adolescenti scaturisce in me inevitabile un interrogativo:
è possibile educare alla presenza?
Come possiamo favorire la mediazione riflessiva in questo momento storico?
La modalità nevrotica, come abbiamo ampiamente trattato, è dal nostro punto di vista, un modo di essere. Attraverso il modo nevrotico, il soggetto aliena da sè il malessere, la dialetticità e la stessa soggettività.
Il nevrotico si fa oggetto passivo in balia dell'altro o del malessere che tende ad estraniare da sè.
Il nevrotico si pone come colui che non sa tollerare la sofferenza e il dolore, alienando così la propria soggettività.
Nelle richieste di terapia per bambini o adolescenti si presenta spesso la situazione in cui i figli prevaricano i genitori i quali si sentono impotenti di fronte a una sorta di corto circuito emotivo in cui non c'è adulto che venga rispettato e riconosciuto come tale.
E' un malessere crescente che si avverte non solo nel privato delle case ma anche nei luoghi deputati all'educazione, le scuole.
Insieme ad una crescente presenza e spiritualità possibile per le giovani generazioni assistiamo anche alla manifestazione del lato contrario: l'inflazione di un'onnipotenza egoica ai limiti della distorsione del senso di realtà, che fa proliferare "piccoli despoti" che non possono tollerare la benché minima frustrazione. L'attuale società, che persegue l'appagamento, il fare, (penso alla quantità di giochi che i bambini hanno, alle attività frenetiche che svolgono a livello extrascolastico, ai tempi riempiti di attività e di impegni,) è complice della nevrotizzazione e allontana le coscienze emergenti dalla possibilità di percepirsi come soggetti presenti a sè.
Questo non significa che bisogna per forza tornare ad un tipo di società meno evoluta e trasferirci tutti in campagna per vivere una vita più semplice, o rimpiangere nostalgicamente un tempo passato, anzi significa attivare al massimo la nostra possibilità di senso critico e consapevolezza, cercando davvero di offrire il meglio.
E il meglio, psicologicamente e spiritualmente parlando, paradossalmente è aiutare ad amare la mancanza. Come?
Possiamo vedere tutto il nostro processo di crescita come una serie di salti riflessivi, in cui l'immediatezza e l'impulsività irriflessiva lasciano il posto alla presenza.
La prima "educatrice" è la vita stessa con le sue prove e le vicende e sono pure le figure adulte che ci toccano in sorte o che ci scegliamo. I limiti che ci sono stati imposti, le frustrazioni dovute al nostro limite.
Imparare a reggere la tensione e accettare il limite fa parte del processo di crescita. Sappiamo che l'appagamento è una condizione da abbandonare e che la solitudine è un appuntamento fondamentale, ma spesso lo rimandiamo e il nostro sistema educativo ci permette di rimandare.
La nostra è una società che lascia poco spazio al vuoto, al silenzio, alla mancanza, alla noia: ci si riempie e si riempie.
Riempire sempre di cose, parole, ecc. il bambino significa farlo crescere con l'idea di dover essere appagati ad oltranza.
Ma la conseguenza più preziosa del fatto di non ottenere sempre quello che si vuole, e di sentirsi dire dei no o sopportare un limite, è tutt'uno con lo sviluppo della capacità di sopportare uno spazio vuoto.
Se gli spazi vengono riempiti all'istante, non c'è posto per la creatività.
Troppo spesso comunichiamo ai bambini che uno spazio vuoto è intollerabile, e che senza soddisfazione tutto è perduto.
Tollerando di non avere e conoscendo la solitudine e il vuoto, si acquista quella fiducia in se stessi che nessuno potrà mai sottrarci e si potrà accedere alla consapevolezza di noi stessi e del nostro sè.
Capita così che tutto sia ribaltato e quell'inevitabile senso di mancanza e non appagamento che caratterizza il nostro statuto realmente umano, può essere rivalutato come l'esperienza più preziosa che la vita ci offre.
Educazione interiore ed esteriore sono una sola cosa:
l'accoglienza della mancanza è tesoro prezioso nella vita e nelle profondità dell'anima, perché interno ed esterno sono un'unica realtà vivente e la "mancanza subita sarà mancanza ritrovata".

Educazione al silenzio: parto dall'attuale sovraeccitazione a cui siamo tutti esposti, in cui gli stimoli si sovrappongono diventando un generico rumore, e dalla testimonianza di molti insegnanti e genitori che raccontano di bambini con poca abitudine a "pensare i pensieri", e per questo tendenzialmente descritti come insensibili, superficiali e stereotipati. Per questo propongo esperienze di concentrazione, decelerazione, visualizzazione e rilassamento "lieve", volte allo sviluppo del pensiero singolare, dello spessore interiore e della capacità di narrare le emozioni sottili.

IL SILENZIO DELL'APPRENDIMENTO: TEORIA PER UNA CONOSCENZA ATTIVA
di Felice Casucci

1. Il silenzio è un vuoto di parole. Puoi riempirlo delle cose che ti sono più congeniali, o lasciarlo vuoto così com'è. Nulla fa presagire che possa o debba essere modificato. Il silenzio si anima della tonda elaborazione della mente. È la distanza tra le persone, che non separa, non vince, non dispera. Contiene in sé qualcosa di segreto, vi si attaglia come un abito ad un corpo, ma data la sua natura recondita non lascia alla realtà lo spazio che riserva all'immaginazione.

Il silenzio medita, cancella, osserva e comunica. Il silenzio porta sulle ali un grigio colore di cielo terrestre, che pesa nell'attimo della spinta e riconduce al punto di partenza. Dove si è immancabilmente soli. Perciò, il silenzio ha molte forme e pochi giudizi. La gente lo secerne con abbondante continuità, da un'ipocrisia (forse necessaria) all'altra, negoziandolo in termini di nuova libertà individuale ovvero di condanna istituzionale. Tutti sanno ciò di cui parlo, ma pochi hanno voglia che lo si dica. Beato silenzio! Maledetto silenzio! Alla fine della fiera il bilancio tra bene e male è in pareggio.
2. Il "mio" silenzio, ossia quello oggetto del "mio" contributo, potrebbe essere raccontato anche alla luce di una recente esperienza che ho fatto: ero in aula, mentre tenevo una lezione nel corso di "Sistemi giuridici comparati". Ho chiesto la cortesia ad un assistente molto dotato, per qualche minuto, di prendere il mio posto e continuare la spiegazione che avevo intrapreso. Mi sono seduto tra i banchi degli studenti smarriti del primo anno a sentir parlare di "formanti" e "crittotipi" ed ho provato, dopo un po', un sentimento schiumoso di frustrazione dal quale non riuscivo ad affiorare. Allora, mi sono fatto coraggio (ne avevo l'autorità) e ho cominciato a fare domande. Il muro del silenzio lentamente si è sgretolato e dinanzi a quel fuoco di fila di curiosità manifestate si è spenta la candida sicurezza del malcapitato relatore e le facce dei primi banchi, poi quelle sistemate più indietro nell'aula, hanno cominciato ad arrossarsi come se assistessero a qualcosa di irripetibile e di incestuoso: l'umanizzazione del docente. I dubbi, sollevati ad arte, si sono introdotti nelle vene esangui dei presenti, che d'improvviso non sono parsi più gli studenti votati alla segregazione o al martirio di qualche minuto prima; i ragazzi mi venivano in soccorso e d'improvviso, come per incanto, partecipavano, volevano capire. Il risultato è stato imprevedibile, un'effervescenza di voci del silenzio ha fatto la sua parte nel gioco dell'apprendimento. Sì, perché l'apprendimento è un gioco polifonico.
3. Il tema di fondo è il seguente. Come si accede ai misteri della sapienza senza tradirne l'accento silenzioso? E senza cadere in quello profuso dal formalismo retorico? Pico della Mirandola, grande umanista rinascimentale, vagò inutilmente tra le università di Bologna, Ferrara e Padova e non riuscì a dare una risposta compiuta all'enigma delle proprie passioni culturali. Rimase in cerca di un nutrimento che era sconosciuto alla moltitudine e che scorreva, con minuscole particelle invisibili, nei fiumi remoti dell'oriente come dell'occidente. Fuggì in Francia. Fu addirittura incarcerato, campione di una dottrina che innova se stessa e non trova larga eco alle diverse latitudini scolastiche canonizzate. Anzi, una tale dottrina mette paura e, per questa ragione, va repressa. Il dato dal quale partire è quello di un uomo "responsabile" delle proprie azioni, che espone con libertà il pensiero che gli appartiene. Per farlo deve averne uno, puntuale, riconoscibile, lungamente maturato e dibattuto, e non indulgere nel compiacimento di una presunta fermezza di idee. Nulla è dato. Il filosofo Jacobi ammoniva che la legge è fatta per l'uomo e non l'uomo per la legge. Ma non bisogna eccedere in pretese di razionalità se, con Ernst Mach, appare "insostenibile" la scissione tra osservatore ed osservato. Basta accontentarsi di quel che accade in un'aula, tra allievo e maestro! Il silenzio che ciascuno impone ai propri interlocutori in un processo formativo deriva da quello che ciascuno è. Alla fine, gli si ritorce contro. Collide lo sforzo di insegnare con quello di imparare al cospetto di una fenomenologia dei ruoli.
4. L'ecosistema nel quale i soggetti dell'istruzione operano le proprie scelte va protetto, non in quanto tale ma perché in grado di dar conto di tutte le energie in campo. Da un lato, si confrontano le opinioni, dall'altro, si tirano le somme. Si trova di tanto in tanto un punto di equilibrio. O di rottura. Quel che fatica a trovarsi è un'etica collettiva, la capacità di specchiarsi in valori condivisi per riflettere risultati omogenei, inattesi e rasserenanti. Non si sa come andrà a finire. Non è cosa da poco. Anche l'incertezza reca un silenzio.
5. Ma siamo sicuri che il silenzio sia un'interruzione del percorso formativo? Non è forse la brace sulla quale lentamente ardono i pensieri migliori, si forgiano gli accordi inestricabili? Se la persona è un valore in sé, il suo silenzio non è la sfera intangibile che lo salvaguarda? Deporre le armi delle parole non serve ad affratellare gli animi avversi? La "strategia", il progetto che essa contiene, non muovono da un profondo silenzio? E lo scatto in avanti, quello che traspone il livello dell'approccio dal "punto di vista" al "punto di partenza", non richiede una concentrazione, una vivacità che solo il silenzio può conferire?
6. Né bene, né male, si è detto. E nulla è dato, si è aggiunto. Ma c'è anche da considerare che nulla accade senza esserne disposto. Il silenzio è lo scalino che antepone la distanza all'assenza. Chi lo sceglie come un malinteso senso dell'osservanza della regola dimentica l'equilibrio dinamico del procedimento nel quale si compongono gli interessi eterogenei delle parti in gioco. Il silenzio diventa a tratti un comodo nascondiglio, elusivo del confronto e, quindi, della stessa regola che pretende di rispettare, la quale promuove, invece, un'attività fortemente partecipata per la sua piena e corretta applicazione. La regola giuridica non è mai indifferente. Le menti ed i cuori delle persone percorrono una linea di confine limitata, sia pure creativamente valicabile. La presunzione oggettiva della realtà delle cose tace il silenzio delle parole. Ci piace proporre, per l'apprendimento, una "teoria del silenzio", fondata sulla memoria, sul rischio e sulle opportunità.....

..... In conclusione, la teoria del silenzio ci induce a pensare all'apprendimento come una fase di apertura e di sensibilizzazione, di dialogo e di ascolto, prevalente su quella (ad essa contigua) dell'insegnamento, inteso in senso affermativo. Lo stile di vita corrispondente ne assume i contorni e li perfeziona in un esercizio puntuale di responsabilità. La responsabilità di un ruolo e di un obiettivo non convenzionali, seppure socializzati. "Nel ventre della conoscenza avviene la digestione del senso compiuto della vita" scrissi tempo addietro in una dedica letteraria. Come avvicinarsi al peso di tale verità da parte di coloro, come me, che quotidianamente dedicano il proprio tempo, le migliori energie a formare un cittadino meno solo nello spazio soggettivo globale (Z. Barman): questa la domanda. Come non condividerne le pulsioni, "il rischio ed il piacere" (D. Lupton). Come rinunciare a fare di un erba un fascio per campi tanto sconosciuti! Alle parole di Dominique Grandmont, "Lettura è desiderio", risponderei con un'ipotesi analoga, un'altra sua invenzione, "Esagerare: preghiera". Il silenzio dell'apprendimento propone una teoria dell'eccesso, che ha fame di nuove origini. La fine è incerta. L'uomo? Un animale che prega.


RITMìA ...Un’altra importante particolarità di RITMìA è l’introduzione “all’ascolto del silenzio” come momento di autocontrollo e concentrazione, nonché come un mezzo per enfatizzare le sensazioni indotte dalla stimolazione sonora. Completando la pratica con l’esecuzione di alcune posizioni tratte dallo yoga, si permette ai bambini di avvicinarsi in modo graduale all’ascolto del proprio respiro e a stati di rilassamento.


[11] S. Blezza Picherle, Educazione al silenzio ed intercultura, in A. Agosti (a cura di), Intercultura e insegnamento, op. cit., p. 72.

"Ho popolato di nomi il silenzio/Ho fatto a pezzi cuore e mente/ Per cadere in schiavitù di parole?/Regno sopra fantasmi/..."


Ungaretti: Poesia e Silenzio
a cura di: Pier Paolo Caserta
ETERNO "Tra un fiore colto e l'altro donato l'inesprimibile nulla"

Ogni interpretazione è, per sua natura, necessariamente limitata, e destinata a fallire proprio lì dove, leggittimamente, la poesia ambisce, e deve ambire, a riuscire: nell'evocare la totalità, nell'essere una rappresentazione della totalità.
Ogni interpretazione è, nel momento stesso in cui si costituisce come tale, limitata, parziale. Premesso questo, credo si possa dire che questa poesia significhi, tra le altre cose, che i gesti hanno un significato che non può compiutamente essere espresso a parole.
Ma probabilmente significa anche altro, e forse significa molto di più che questo.
Se il linguaggio non può circoscrivere esattamente il significato di un gesto, tuttavia la poesia, che proprio del linguiaggio si serve - nè può servirsi di altro - parla proprio di un gesto.
Il Nulla non può essere espresso, come dice l'ultimo verso, eppure questa poesia parla proprio del Nulla. Non ci sono parole per dire il silenzio, ma questa poesia è del silenzio che parla.

La poesia, che attraverso il proprio strumento pare oltrepassare i limiti dello strumento stesso, deve fare ciò pur sempre secondo i meccanismi che lo regolano.

Se questa considerazione può sembrare limitare la valenza universale della poesia, facendone una semplice estensione del linguaggio, in realtà credo che per questa via le si restituisca il proprio posto: la poesia porta alle estreme conseguenze il linguaggio stesso, spingendosi, per dir così, oltre di esso.

POESIA

"I Giorni e le Notti
suonano
in questi miei nervi d'arpa

Vivo
di questa gioia malata
d'universo
e soffro
per non saperla accendere
nelle mie parole"

(Poesie Disperse)

....."Gioia malata d'universo": è così che Ungaretti vuole chiamare la poesia, o meglio quella tensione spasmodica di ogni fibra che ne è alla genesi, che ne è la molla. E' malata perchè condannata da principio a non poter mai stringere il proprio oggetto. E' malata perchè nasce dalla privazione. E c'è da credere che se quela "gioia malata d'universo" Ungaretti sentiva di non saper esprimere, ciò fosse dovuto assai poco ai suoi limiti personali di poeta, quanto piuttosto a una impossibilità oggettiva, ossia connaturata all'ogetto. Pure, tale tensione è poesia.

E, se nei versi più tardi quella fiducia quasi incondizionata nella parola risulta ridimensionata ("Ho popolato di nomi il silenzio/Ho fatto a pezzi cuore e mente/ Per cadere in schiavitù di parole?/Regno sopra fantasmi/..." - in: "Poesie Disperse"), ciò non toglie nulla al fatto che quella fiducia, quella tensione è alla genesi dell'atto creativo. E' anche vero però che quella sfiducia di poi va presa molto sul serio, permette forse di collocare tutta una poetica nei suoi giusti limiti. Assoluti? In più di un saggio Ungaretti ha osservato come, dal Petrarca in poi, si sia verificato un mutamento sostanziale nella coscienza poetica: si tratta dell'acquisita consapevolezza che l'infinito è dentro l'uomo, non fuori.
Allora è al fondo di noi stessi che sta la parola, il poeta, per trovarla, è dentro di se che deve immergersi (IL PORTO SEPOLTO//"Vi arriva il poeta/e poi torna alla luce con i suoi canti/e li disperde//Di questa poesia/mi resta/quel nulla/d'inesauribile segreto")
Ciò che trova è parola poetica, spogliata di tutto, potremmo dire parola dell'inconscio, senza forzare troppo le cose. In questo silenzio totale, smisurato, la parola poetica si trova immersa. La frattura che divide l'uomo dalla natura, allora, non è altro che la frattura che divide l'uomo da se stesso.

Il silenzio zapatista non è nuovo come tattica politica e non é nemmeno uno strumento sconosciuto della cultura di resistenza dei popoli indigeni. Frequentemente gli indigeni/e di questo paese si sono azzittiti di fronte a funzionari prepotenti e autoritari, fingendo di non capire le loro parole. Questo ha permesso, da una parte, di far sentire il gelo dell'incomunicazione

....La nostra società fa di tutto per impedire all’essere umano di ritrovarsi da solo con se stesso. .......

Io dunque parlo della solitudine che insegna ad amare, che permette lo sbocciare e il durare dell’amore. Chi ama la solitudine non è necessariamente un individuo privo di tenerezza, di calore, di passione. Anche nella coppia bisogna lasciare un po’ di spazio al silenzio, un posto intimo riservato solo a sé, una zona/solitudine. Essa è come un respiro. Ed è feconda. Tutte le correnti di pensiero valorizzano il silenzio e la solitudine come fonti di ispirazione, sorgenti di idee, strumenti di creatività, condizioni indispensabili per la creazione artistica. Se l’incontro con gli altri è indispensabile, l’incontro con se stessi è altrettanto necessario. Il tempo della solitudine è un’occasione per riflettere sul modo di vivere le nostre relazioni umane e di vegliare sulla loro qualità. Colui che vive l’inevitabile solitudine con serenità scopre nel medesimo tempo la sua capacità di andare serenamente verso gli altri.
Verso un "Io" accogliente - narrante - comunicativo - capace di reciprocità

E' l'Io capace di silenzio attivo, che capisce ciò di cui lui stesso è portatore, perché non è vuoto, ma ricco dentro di sé, quindi capace di accogliere se stesso e l'altro: narrare se stesso e ascoltare la narrazione dell'altro. Accogliere e narrare, perché viviamo nella società della comunicazione e questo io deve essere un io comunicativo, capace di dire e di ascoltare criticamente. Ma non c'è narrazione senza ascolto, non c'è ascolto senza narrazione. In particolare, abbiamo bisogno di un io narrante, capace di ascoltare l'altro e di raccontarsi senza prevaricazioni: questo ci porta, ad esempio, a ripensare il modo col quale finora si è raccontata la storia, che è stato faziosamente etnocentrico.

( * )

Educare

Un pagano con la fede

Lella Costa, "La magica finzione della parola parlata"

Mario Lodi, su ''Televisione Scuola Riforma"

Lo Spazio di Berlinguer

Tullio De Mauro, sul "Libro di Testo"

Intervista di école alla Rete

Avendo sperimentato un sistema di visioni per rispondere armoniosamente al vincolo interdisciplinare fra le varie scuole di pensiero, ho avvalorato la tesi che l'idea di creatività più rispondente alla necessità di connotare eticamente , dentro un contesto di valori emergenti , la scelta operativa, è quella suggerita dalla pedagogia della gestalt.

Nadia Scardeoni

Pasqua 2004

Ricorda che il silenzio è a volte la risposta migliore

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Postato da: interlinea a 12:43 | link | commenti

 

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